“C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima: ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita. Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l’acqua sopra un sasso, fino ai suoi fluidi contorni, ed è a casa.”
Hart. J.

a poesia delle materie scartate di Riccardo Dalisi esprime un’inversione di rotta. Non solo ridefinisce l’ontologia stessa del design e dell’architettura -e questa è cosa nota- ma diventa stazione di passaggiodalla struttura concettuale e flessibile dove ogni visitatore può negoziare i propri pensieri e riposare losguardo. Il suo radicalismo forse dimora anche nella lealtà di due sguardi appoggiati, nel rischio dipoter immaginare in disequilibrio un mondo più equo, nel pericolo sociale (e dunque disarmante) dipoter affidare il gesto creativo agli invisibili che ci passano accanto, interpellando i magniloquenti nonessere di eroi talmente eroi da non sapere probabilmente nemmeno di esistere, simboli di un’ontologia invisibile, nascosta e fluttuante, che da sempre sospinge l’uomo alla ricerca di chimere mitiche, utopie immaginarie. Mendini parla di Dalisiland, quel territorio generato dall’impresa dirompente del Traiano, il coautorialato creativo dei ragazzi del sottoproletariato, delle persone dei margini, di quel composto suburbano non codificato che ha reso possibile l’esperienza della geometria generativa, quella logica del frammento, ilrifiuto del finito, l’esaltazione quasi distopica della ri-creazione. Ma temo che Dalisi non possa essere confinato. Perchè oltre il recinto di Dalisiland c’è, appunto, Dalisi. Sbirciando dallo specchietto retrospettivo, Riccardo sembra non farsi più bastare il terreno fertile dell’errore e dell’imprevisto, perché si sta già spostando tra campo e controcampo, impossibile da inquadrare; quasi come i suoi ragazzi di periferia, non è in nessun (o nel proprio) luogo ancora. Dalisi è un viaggiatore che adotta una strategia di passeggio indeterminato che lo porta a muoversi in maniera causale all’interno di più territori, lasciandosi andare alle sollecitazioni del terreno stesso, quasi un atto anarchico, dunque politico, in continua elaborazione di una cartografia non convenzionale.
Allora, le opere degli ultimi decenni divengono archetipo di un viaggio senza approdo, interpellano una memoria antica, dove il racconto diventa mitico, un insieme decostruito di immagini simboliche, laterali, fotogrammi a volte quasi impercettibili.

E noi, di fronte, abbiamo l’impressione di continuare ad osservare il mare di nebbia o l’abisso, a metà strada tra terra e cielo, tra utopia e disincanto, sospesi su una città in decostruzione.Sono rovine –sembra raccontarci la parabola del suo sguardo – di una città qualsiasi, forse perché è proprio quel qualsiasi la forza di ogni poema epico. In questo viaggio oltre Dalisiland, Riccardo allaccia l’esperienza del Traiano a una terra di mezzo, senza luogo e senza tempo, un paesaggio intimo che si può attivare solo varcando un confine e attraversando –appunto- una frontiera interiore. Le opere selezionate per il percorso al Centro Trevi, sussurrano alla nostra condizione transeunte, d’altronde è difficile non considerare il presente come a un fotogramma che trapassa a un’altra dimensione; niente come l’immagine rende questa natura complessa e precaria dell’esistenza. Se l’atto del registrare è un processo che parla del momento in quanto tale, documenta e riporta l’atto narrato, con lo stesso spirito che aveva indotto gli antichi a scrivere, registrare appunto il raccontoorale, allora non possiamo separare le poesie visive di Dalisi dalla narrazione epica perché́ in ogni racconto eroico presumibilmente esiste quello che Barthes chiama punctum, un segreto, un coinvolgimento emotivo, un elemento, un dettaglio che compare in certe immagini, a prima vista inapparente, ma decisivo, tale da custodire il cuore di tutta la composizione, la leva che riaccosta il mondo che l’istantanea fa riapparire.
In questo senso i progetti di Dalisi -siano essi declinati in pittura, scultura, animazione, azione collettiva,architettura- sembrano sostenere un colloquio misterioso e sospeso con i nostri segreti; costituiscono una garanzia di dibattito e di riflessione collettiva, permettendo a ciascuno di noi di amplificare il significato dei nostri confini e riflettere così sulla nostra identità. Dalisi trasforma i fantasmi che non vediamo (e anzi spesso rinchiudiamo) in ferita da toccare, carne da abbracciare e libera dal nostro intimo sepolcro un guizzo bambinesco antico. Scarabocchiando leggero sull’idea stessa di bello, buono e giusto che spesso accompagna i nostri giudizi.


Manuel Canelles

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